di Don Oliviero Liberatore, Parroco di Calascio, Castel del Monte e Santo Stefano di Sessanio

La quarta di Quaresima ci pone innanzi ad una delle Parabole più forti e belle del Vangelo, direi quasi divina, che solo dal Verbo poteva essere proferita perché ci rivela qualcosa di molto intimo di Dio. Come non poter ricorrere al famoso dipinto di Rembrandt all’Ermitage, inflazionato tanto quanto la Trasfigurazione di Raffaello. Ebbene, di questa splendida opera, traiamo solo qualche insegnamento dalla figura del figlio maggiore. Mi farò aiutare da H. Nouwen che su questo dipinto partorì un bellissimo testo, da considerare a buon diritto un classico della spiritualità.
Torniamo al figlio maggiore. Lo troviamo all’estrema destra del dipinto, irto, distante, tanto simile al Padre nell’aspetto e nelle vesti, quanto abissalmente lontano nella postura. Seppur Rembrandt abbia realizzato opere spiritualmente profonde e coinvolgenti, la sua biografia moderna ce lo racconta più come un “intrigante egoista e calcolatore che un uomo alla ricerca della verità spirituale…Era risaputo che Rembrandt agisse spesso in modo egoista, arrogante e persino vendicativo”. Ma forse è proprio in questa anomalia che il dipinto appare ancora più eloquente. In Rembrandt, come in noi, risiede non solo il figlio minore che torna ma anche il figlio maggiore che resta. Entrambi hanno bisogno di tornare dal Padre; tutti abbiamo bisogno di tornare a casa perché smarriti, anzi: “”la conversione più difficile da attuare è la conversione di colui che sta a casa”. Questo figlio maggiore, sempre ligio al dovere, sempre irreprensibile, rispettato e additato a modello, sempre obbediente, perché non partecipa della gioia di questo padre per il figlio minore ritornato a casa? Perché rimane rigido e scostante? Perché sceglie di restare nell’ombra e non varca la soglia che vediamo nel dipinto, per entrare nella festa che quel manto paterno così ampio e caloroso rappresenta? Questo figlio maggiore è sempre rimasto a casa ma non è mai stato libero: vive lo smarrimento caratterizzato “dalla rabbia e dal risentimento, dall’amarezza e dalla gelosia”. Egli si indignò e non voleva entrare ci dice il Vangelo; il figlio maggiore ha perso la spontaneità dentro la sua stessa casa. Nouwen direbbe commentando questo momento che c’è tanta rabbia repressa tra le persone preoccupate di essere “giuste”. Quando subentrano una severità e un fervore moralistico oltre il ragionevole, inizia a diventare difficile sentirsi nella casa del Padre. Si diventa meno liberi, meno spontanei, meno allegri e gli altri finiscono per vederci sempre più come persone pesanti.
Si può vivere, certo, nella casa del Padre per tutta la vita senza mai allontanarsene; ma a quali condizioni? Ci si può vantare dell’appartenenza già dalla prima ora ad un gruppo e/o movimento religioso ma già dalla prima ora schiavizzati da risentimento per coloro che il Padre accoglie all’ultima ora. Egli si indignò e non voleva entrare. Perché tanta rabbia e gelosia per chi arriva tardi e trova comunque l’amore del Padre?
La parabola non ha un lieto fine, rimane aperta. Non esiste un figlio buono e uno cattivo in questa parabola. Esiste un Padre che esce fuori incontro ad entrambi. Ma a loro la libertà di farsi abbracciare. Il figlio minore cede e un urlo di liberazione inonda la sua vita come la luce che lo avvolge completamente nel dipinto. Il Figlio maggiore resiste: le sue mani nel dipinto sono incollate rigidamente e strette nell’ombra; non cede. Cederà? Forse è di vitale importanza che ciò avvenga… per noi. Alessandro D’Avenia ci ricorda che tutte le narrazioni hanno una tecnica narrativa che prende il nome di “ritorno al mondo ordinario” essendo la vita nient’altro che la storia di un ritorno, in cui ciò che conta è se le cose di prima, pur rimanendo le stesse hanno acquisito un senso nuovo. Chi dei due figli si è risvegliato alla vita? Forse anche noi non siamo completamente riconciliati con il Padre.

