di Don Oliviero Liberatore, Parroco di Calascio, Castel del Monte e Santo Stefano di Sessanio

In questi giorni di pathos che ci accingiamo a vivere, facciamoci accompagnare da una immagine molto cruenta a me cara, perché la scelsi come ricordino del mio diaconato avvenuto il 14 Settembre del 2010 (giorno dell’esaltazione della Santa Croce). Si tratta di un particolare della Crocifissione di Matthias Grünewald dell’altare di Hisenheim che voglio affiancare ad un’altra opera di Damien Hirst (intitolata In nomine Patris). Forse questo riflessione sarà un po’ dura e cruenta ma credo necessaria per comprendere il “perché” abbiamo bisogno della Messa. Il Cristo crocifisso di Grünewald e l’opera di Damien Hirst sviluppano il tema del corpo steso: steso è il corpo di questo Cristo sulla croce; stesa e la carcassa di questo animale; stesi i corpi di tanti fratelli e sorelle in letti di ospedali; steso un giorno il nostro corpo sul letto della sofferenza. Questa drammatica esperienza esistenziale ci ricorda che bramare fortemente un corpo che piaccia e adoperarsi con tanta fatica per ottenerlo non sarà sufficiente ad arginare la forza disgregante della carne che si manifesta nella distruzione della forma; rimarrà sempre un’incapacità di fondo a trattenere qualunque forma di maquillage, fotoritocco e ritrovato tecnologico recente. Voglio dire che le ferite e i dolori testimoniano l’impossibilità nostra di piegare tutto il corpo al nostro volere; quando l’esperienza del dolore innerva la nostra esistenza, si tronca repentinamente il fluire del quotidiano e della vita progettata in vista di un fine. In tale condizione ogni contatto con quanto il mondo dei corpi belli e prestanti (quasi plastici), stride e acuisce ancor più il nostro disagio. E allora, in quale ambito dare voce a questa carne toccata da qualcosa che sicuramente non progettavamo né desideravamo? Quale locus per legittimare il nostro corpo piagato? Il Cristo presentato in questa immagine era destinato ad un ospedale e veniva mostrato ogni volta che i malati, passando innanzi ad esso, venivano condotti ove poter essere alleviati dalle loro sofferenze. Attraverso questa ritualità, il corpo del malato diventava luogo di culto perché identificato e compartecipe ai patimenti della carne di Cristo e, per questo motivo, esso diveniva luogo di salvezza. Ma nella Messa, se ci riflettiamo, nelle parole hoc est enim corpus meum non ci viene presentato il corpo dilaniato e sofferente di un uomo? Nella Messa non parliamo di agnello sgozzato? Non parliamo di uomo dei dolori verso i quali, per la bruttezza delle sue piaghe, preferiamo coprirci la faccia (Isaia, 53 11-12)? Preferiamo non guardare? Non parliamo di Agnello da macello? Non professiamo un animale trafitto, schiacciato, piagato (Isaia 53,3-10)? Attraverso questa ritualità, la carne malata del paziente si identificava nella carne del Cristo e ravvedeva nel tetanico corpo steso del crocifisso, la sua specifica sofferenza, la sua carne condannata alla lenta decomposizione. E che succede? Nella Santa Messa avviene un corpo-a-corpo (quello mio e quello di Cristo) e tale corpo-a-corpo trasforma il corpo destinato alla morte (il nostro) in una nuova vita perché mantiene vivo il desiderio. Quale desiderio? Quello che Levinas definisce come apertura all’infinito. Cosa significa? Significa continuare a rendere quel caos che si è impadronito della nostra carne ancora bello, tanto bello da volerlo curare, amare, salvare. Nella Messa anche il nostro corpo vive una specie di trans-sustanziazione perché curato, accarezzato, salvato dal corpo di Cristo. Huysmas parlando della Crocifissione di Cristo di Grünewald parla di un “Dio da obitorio dal cui viso esulcerato filtrava la luce sovrumana che illuminava la putrefazione delle carni”. “Nessuno mi toglie la vita, sono io che la dono da me stesso” disse Gesù (Giovanni 10,11-18). Tehilard de Chardin bene esprime la bellezza e la grandezza della carne nostra che si espande nella Santa Messa (tanto da parlare di Eucaristia Cosmica) quando afferma che “i simboli eucaristici del pane e del vino si espandono ben al di là della loro condizione di frutti della terra. Il pane assurge a tutto ciò che con sforzo germina, cresce, fiorisce matura e si moltiplica nel mondo; il vino rappresenta tutto ciò che declina o decresce (perché l’uva di spreme), il sangue sparso, ciò che causa dolore e sofferenza, malattia, decrepitezza, inganno, tradimento e morte”. Per questo egli dice che noi già da oggi viviamo in grembo ad una grande “Messa” dove la nostra disintegrazione fisica, che un giorno avverrà, sarà solo il requisito per perdersi nell’orizzonte misericordioso ed infinito di Dio.

