di don Oliviero Liberatore, Parrocco. Dicembre 2023

Seppur vissuta cristianamente, la solennità del Natale ed il clima che ruota intorno ad essa, risentono delle più svariate tradizioni e leggende popolari, soprattutto nordiche, che risulterebbero distanti – per non dire antitetiche – alla fede nell’Incarnazione del Cristo se rigidamente interpretate. Un esempio per tutti è il famoso mito dell’Unicorno, ufficializzato negli Indikà del greco Ctesia (III sec. a. C.) e soprattutto nel famoso Phisyologus (un bestiario che trovò la luce, forse, ad Alessandria d’Egitto tra II e IV sec.).
Questo fantastico animale non fu poi molto “fantastico” per Basilio il Grande (ca. 329-375) che in epoca patristica, insieme a Tertulliano, Giustino e Agostino lo acquisirono come simbolo di Gesù Cristo. Tuttavia fu la teutonica santa Ildegarda di Bingen a rendere questo animale popolare. Questa benedetta donna, vedeva unicorni con il beneplacito di Bernardo di Chiaravalle che attestò l’autenticità delle visioni di questa santa, raccolte nel Liber vitae meritorum: parliamo dello stesso Bernardo che si scagliò come un demonio contro gli ornamenti lapidei delle chiese, causa della distrazione dei monaci dalla preghiera.
Comunque, Ildegarda ebbe a cuore gli unicorni (che poi doveva trattarsi del rinoceronte), anche per le proprietà terapeutiche che il medioevo riteneva custodite nel corno della bestiola e la mistica, intendendosi anche di medicina, non ci pensò due volte a fare l’equazione con Cristo taumaturgo.
Ad ogni modo, tornando al Phisyologus, la leggenda parla dell’unicorno nei termini di un animale che si lascia prendere volontariamente e addomesticare solo da una vergine. Va da sé che nel Medioevo tale racconto si arricchì apportando una consistente complessità iconografica e quello che all’inizio fu un racconto erotico, si ritrovò poi come per incanto a veicolare l’annuncio della Carità di Dio. La stessa rappresentazione del racconto (testimoniata dagli splendidi arazzi del Metropolitan Museum of Art di New York o quelli del Museo di Cluny) va ad arricchirsi (e appesantirsi) di un’ iconografia sempre più particolareggiata. Quella del Weimar, Schlossmuseum è uno dei tanti esempi di fusione della leggenda con il racconto dell’Annunciazione: l’Arcangelo Gabriele che porta l’annuncio alla Madonna figura come un cacciatore che induce l’unicorno (Cristo) a lasciarsi catturare dalla Vergine Maria, rinchiudendosi nel suo grembo quale Hortus conclusus, trasposto nell’immagine della staccionata che delimita un giardino rigoglioso di fiori. Una volta venuto al mondo l’Unicorno diviene vulnerabile e quindi volontariamente pronto alla morte (la Passione). Tra gli elementi iconografici, i quattro cagnolini tenuti al guinzaglio da Gabriele, assumono una particolare valenza rispetto alla nostra riflessione. Ognuno di essi reca un cartiglio con su scritto in caratteri gotici: “Misericordia”, “Verità”, “Giustizia” e “Pace”: sono i doni che l’Unicorno porta con sé in quel lento processo di recupero dell’uomo decaduto, sulla scia del Salmo 85 che recita: “Misericordia e Verità si incontreranno; Giustizia e Pace si baceranno”. È in questo processo di riconciliazione tra opposti che viene a realizzarsi la salvezza, ponendo e ponendosi la domanda se esiste e quale sia il luogo della salvezza, oggi, nel nostro tempo, nella nostra vita; il locus dove poter trovare la completa armonia tra Verità, Misericordia, Giustizia e Pace.
Ma c’è anche da chiedersi se su questa terra riusciremo mai a trovare questo equilibrio, questa armonia. Se riusciremo mai a poter dire la Verità e a poterla dire con Misericordia; a poter fare Giustizia delle ingiustizie ma attraverso una via di Pace. Nella fluttuante e incerta posizione del mondo intero su questi aspetti, fermandoci al piccolo della nostra quotidianità, come risolvere l’apparente conflitto tra il dire sempre le cose come stanno, senza fare il giustiziere e il guerrafondaio? Oppure come ristabilire ciò che è giusto con tatto, sensibilità, pacatezza, misericordia…senza accusare? O ancora: come perdonare pur tenendo ferma l’asserzione di ciò che è vero e giusto? La strada della convenienza in specifiche occasioni non tarda a far sentire i suoi echi: verso gli altri sembra più semplice rivestirsi di Verità e Giustizia o meglio FARE Verità e Giustizia; verso noi stessi non indugiamo a maggior Misericordia e Pacificazione. Cosa ci riesce maggiormente? Fare Giustizia? Usare Misericordia? Dire la Verità sempre? Mettere Pace? In che misura sono sensibile a tutte e ciascuna queste virtù? Quali di queste ha prevalso o prevale tutt’ora nella mai vita? Conosco vicende o luoghi in cui si è realizzata la piena armonia tra tutte e quattro? Quale di esse deve crescere nella mia vita? A tal proposito risulta performante un passaggio tratto dal film “Il pranzo di Babette” di Gabriel Axel del 1987 a sua volta tratto da un racconto di Karen Blixen: “(…) Misericordia e verità si sono incontrate, amici miei. Rettitudine e felicità devono baciarsi.Nella nostra umana debolezza e miopia crediamo di dover scegliere la nostra strada in vita e tremiamo per il rischio che quindi corriamo. Abbiamo paura. Ma no, la nostra scelta non è importante. Viene il giorno in cui apriamo i nostri occhi e vediamo e capiamo che la grazia di Dio è infinita. Dobbiamo solo attenderla con fiducia e accoglierla con riconoscenza. Dio non pone condizioni, non preferisce uno di noi piuttosto di un altro. Ciò che abbiamo scelto ci viene dato e allo stesso tempo ciò che abbiamo rifiutato ci viene accordato, perché misericordia e verità si sono incontrate, rettitudine e felicità si sono baciate”.


