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Omelia artistica per la 1° Domenica di Quaresima

di Don Oliviero Liberatore, Parroco di Calascio, Castel del Monte e Santo Stefano di Sessanio


E’ di Ivan N. Kramskoy, una delle più drammatiche rappresentazioni di “Gesù nel deserto” (1872-1874, San Pietroburgo) tentato da Satana, con cui si aprono i battenti di questa prima domenica di Quaresima. Nessun demonio materializzato, nessuna lotta in corso, nessuna città, nessun tempio. L’unico segno di vita è l’alba che si appresta all’orizzonte ancora timida dopo un tempo, un momento drammatico che ha potuto conoscere e vivere solo il Figlio dell’Uomo che ora vediamo seduto “stanco, tormentato e sfinito tra le pietre, le fredde pietre. Le sue mani sono convulse e premute insieme strettamente, molto strettamente; le dita premono nella carne, i piedi sono doloranti, la testa china. È stato immerso nei suoi pensieri e ha pregato per molto tempo, così a lungo che le sue labbra sono come se fossero incollate”. Così lo descrive quest’artista russo in una lettera indirizzata ad un suo amico, Vasilev. Kramskoy confessò di aver incontrato questa figura nella vita reale “proprio così all’alba; proprio così stava seduto lì, le mani giunte, con la testa china, la sua bocca quasi sbiadita dal lungo silenzio” e tanta fu l’impressione da confidare di averla avuta davanti agli occhi per cinque anni, tanto da doverla dipingere per liberarsene e durante il lavoro sul dipinto, ammise di aver meditato, pregato e sofferto molto. Eh, sì! Questo dipinto non ha nulla di fiabesco; l’episodio delle tentazioni non è riducibile all’impresa epica del giusto che vince sul male; all’avventura del “lieto fine”. No! Luca ce lo ricorda: “Il diavolo si allontanò da lui per ritornare nel tempo fissato” (4, 1-13). In questo deserto dipinto, disseminato di sassi acuminati il volto provato di Gesù tradisce un’azione, una lotta tutta interiore che salvaguarda continuamente l’unità nella frantumazione; la semplicità ed essenzialità nel gravame del superfluo; la Parola nella insaziabilità dei “pani”; Dio nella bramosia dei “regni”. Questo deserto dipinto da Kramskoy nella sua aridità, improduttività ci dice una cosa importante: abbiamo bisogno di cenere, della semplificazione finale delle cose (E. Ronchi) per riscoprire l’essenziale e ripartire. Le prove, le tentazioni ci saggiano e ci interrogano su quante cose ancora nella nostra vita devono essere “incenerite”. Il deserto con le sue prove, ci frantuma e materializza tutto il superfluo che grava sulla nostra vita; esso ci ricompatta educandoci a dire “no” per comprendere le priorità del nostro viaggio. Sempre in una delle lettere, Kramskoy, disse: “Ho dipinto il mio Cristo, che appartiene solo a me”. Sorvolando sugli aspetti romanzati e individualisti di questa affermazione, possiamo comunque trarre una considerazione importante per noi: nella tentazione non siamo soli! In questo Cristo che miri provato, ci sono anche le tue tentazioni, quelle particolari tentazioni che puntualmente ritornano nel tempo fissato. Egli sta lottando lì contro quelle tue stesse tentazioni: ecco perché Cristo deve “appartenerti”! Te lo dice Agostino. “Precisamente Cristo fu tentato, ma in Cristo eri tentato anche tu. Dunque prese da te la sua tentazione, da sé la tua vittoria”….ed è l’alba su dipinto di Kramskoy.

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Catechesi di Natale

di don Oliviero Liberatore, Parrocco. Dicembre 2023

Seppur vissuta cristianamente, la solennità del Natale ed il clima che ruota intorno ad essa, risentono delle più svariate tradizioni e leggende popolari, soprattutto nordiche, che risulterebbero distanti – per non dire antitetiche – alla fede nell’Incarnazione del Cristo se rigidamente interpretate. Un esempio per tutti è il famoso mito dell’Unicorno, ufficializzato negli Indikà del greco Ctesia (III sec. a. C.) e soprattutto nel famoso Phisyologus (un bestiario che trovò la luce, forse, ad Alessandria d’Egitto tra II e IV sec.).

Questo fantastico animale non fu poi molto “fantastico” per Basilio il Grande (ca. 329-375) che in epoca patristica, insieme a Tertulliano, Giustino e Agostino lo acquisirono come simbolo di Gesù Cristo. Tuttavia fu la teutonica santa Ildegarda di Bingen a rendere questo animale popolare. Questa benedetta donna, vedeva unicorni con il beneplacito di Bernardo di Chiaravalle che attestò l’autenticità delle visioni di questa santa, raccolte nel Liber vitae meritorum: parliamo dello stesso Bernardo che si scagliò come un demonio contro gli ornamenti lapidei delle chiese, causa della distrazione dei monaci dalla preghiera.

Comunque, Ildegarda ebbe a cuore gli unicorni (che poi doveva trattarsi del rinoceronte), anche per le proprietà terapeutiche che il medioevo riteneva custodite nel corno della bestiola e la mistica, intendendosi anche di medicina, non ci pensò due volte a fare l’equazione con Cristo taumaturgo.

Ad ogni modo, tornando al Phisyologus, la leggenda parla dell’unicorno nei termini di un animale che si lascia prendere volontariamente e addomesticare solo da una vergine. Va da sé che nel Medioevo tale racconto si arricchì apportando una consistente complessità iconografica e quello che all’inizio fu un racconto erotico, si ritrovò poi come per incanto a veicolare l’annuncio della Carità di Dio. La stessa rappresentazione del racconto (testimoniata dagli splendidi arazzi del Metropolitan Museum of Art di New York o quelli del Museo di Cluny) va ad arricchirsi (e appesantirsi) di un’ iconografia sempre più particolareggiata. Quella del Weimar, Schlossmuseum è uno dei tanti esempi di fusione della leggenda con il racconto dell’Annunciazione: l’Arcangelo Gabriele che porta l’annuncio alla Madonna figura come un cacciatore che induce l’unicorno (Cristo) a lasciarsi catturare dalla Vergine Maria, rinchiudendosi nel suo grembo quale Hortus conclusus, trasposto nell’immagine della staccionata che delimita un giardino rigoglioso di fiori. Una volta venuto al mondo l’Unicorno diviene vulnerabile e quindi volontariamente pronto alla morte (la Passione). Tra gli elementi iconografici, i quattro cagnolini tenuti al guinzaglio da Gabriele, assumono una particolare valenza rispetto alla nostra riflessione. Ognuno di essi reca un cartiglio con su scritto in caratteri gotici: “Misericordia”, “Verità”, “Giustizia” e “Pace”: sono i doni che l’Unicorno porta con sé in quel lento processo di recupero dell’uomo decaduto, sulla scia del Salmo 85 che recita: “Misericordia e Verità si incontreranno; Giustizia e Pace si baceranno”. È in questo processo di riconciliazione tra opposti che viene a realizzarsi la salvezza, ponendo e ponendosi la domanda se esiste e quale sia il luogo della salvezza, oggi, nel nostro tempo, nella nostra vita; il locus dove poter trovare la completa armonia tra Verità, Misericordia, Giustizia e Pace.

Ma c’è anche da chiedersi se su questa terra riusciremo mai a trovare questo equilibrio, questa armonia. Se riusciremo mai a poter dire la Verità e a poterla dire con Misericordia; a poter fare Giustizia delle ingiustizie ma attraverso una via di Pace. Nella fluttuante e incerta posizione del mondo intero su questi aspetti, fermandoci al piccolo della nostra quotidianità, come risolvere l’apparente conflitto tra il dire sempre le cose come stanno, senza fare il giustiziere e il guerrafondaio? Oppure come ristabilire ciò che è giusto con tatto, sensibilità, pacatezza, misericordia…senza accusare? O ancora: come perdonare pur tenendo ferma l’asserzione di ciò che è vero e giusto? La strada della convenienza in specifiche occasioni non tarda a far sentire i suoi echi: verso gli altri sembra più semplice rivestirsi di Verità e Giustizia o meglio FARE Verità e Giustizia; verso noi stessi non indugiamo a maggior Misericordia e Pacificazione. Cosa ci riesce maggiormente? Fare Giustizia? Usare Misericordia? Dire la Verità sempre? Mettere Pace? In che misura sono sensibile a tutte e ciascuna queste virtù? Quali di queste ha prevalso o prevale tutt’ora nella mai vita? Conosco vicende o luoghi in cui si è realizzata la piena armonia tra tutte e quattro? Quale di esse deve crescere nella mia vita? A tal proposito risulta performante un passaggio tratto dal film “Il pranzo di Babette” di Gabriel Axel del 1987 a sua volta tratto da un racconto di Karen Blixen: “(…) Misericordia e verità si sono incontrate, amici miei. Rettitudine e felicità devono baciarsi.Nella nostra umana debolezza e miopia crediamo di dover scegliere la nostra strada in vita e tremiamo per il rischio che quindi corriamo. Abbiamo paura. Ma no, la nostra scelta non è importante. Viene il giorno in cui apriamo i nostri occhi e vediamo e capiamo che la grazia di Dio è infinita. Dobbiamo solo attenderla con fiducia e accoglierla con riconoscenza. Dio non pone condizioni, non preferisce uno di noi piuttosto di un altro. Ciò che abbiamo scelto ci viene dato e allo stesso tempo ciò che abbiamo rifiutato ci viene accordato, perché misericordia e verità si sono incontrate, rettitudine e felicità si sono baciate”.