di Don Oliviero Liberatore, Parroco di Calascio, Castel del Monte e Santo Stefano di Sessanio

Forse il caso, o una misteriosa disposizione della Provvidenza volle che l’ultimo volto che Raffaello dipinse e contemplò fosse quello del Cristo della Trasfigurazione. La vicenda narra che sul letto di morte dell’artista, gli misero innanzi proprio questa tela che ancora stava concludendo. Dunque abbiamo un incontro tra un volto che perde vita con un Volto che dà Vita; un volto che si svuota innanzi ad un Volto che riempie. È ai piedi della Trasfigurazione che viviamo questa II domenica di Quaresima e, nello specifico, della tanto inflazionata Trasfigurazione di Raffaello. Sfido a trovare qualcuno che almeno una volta nella vita, anche se distrattamente, non si fosse trovato innanzi questa opera d’arte. Divisa in due: l’evento trasfigurativo sul monte e la guarigione del ragazzo indemoniato in basso. Due eventi su cui tanto si scrive. Facciamo nostra questa immagine e proviamo a reinterpretarla per noi con un paio di direttrici.
I volti: nessuno di essi è così ben visibile e frontale nella tela se non quello di Cristo e quello del ragazzo ossesso. Una volto trasfigurato e un volto sfigurato. Il volto del Cristo è orientato, in alto: i suoi occhi lo rivelano. Il volto del ragazzo è smarrito; i suoi occhi sono decentrati; la realtà in cui è piombato è distorta ma, la luce che lo inonda rivela una guarigione avviata: il nero della parte in basso del dipinto, raggiunge un fortissimo effetto chiaroscurale proprio nel ragazzo, fortemente esposto, anche fisicamente – con il torso nudo – al bianco che promana dal Cristo sul Tabor. E qui veniamo al secondo aspetto che caratterizza l’opera. Molti videro in questa contrapposizione tra l’oscurità del basso e la luminosità della parte alta della tela uno dei punti di forza di questa rappresentazione; in realtà oggi, altri studi sostengono che l’oscurità in basso non fu un espediente raffaellesco ma un’alterazione cromatica dovuta al trascorrere del tempo. Ad ogni modo poco importa perché il divario resta. Ebbene, il nero che pervade la parte inferiore combatte con il bianco che proviene dall’alto, realizzando fortissimi effetti chiaroscurali. Il nero, tende ad assorbire la luce facendo apparire le cose più piccole, ridotte: tecnicamente esso è un “non-colore”. La correlazione dunque è chiara: il male tende a chiudere. L’oscurità assorbendo la luce, disorienta, distorce e porta i nostri occhi allo strabismo spirituale, non sapendo ove posarsi, come gli occhi di questo ragazzo. Ma la luce, il bianco – ecco una altro “non-colore” che invece tende ad espandersi – rivela, indirizza, orienta. Infatti il Cristo della tela, oltre ad avere un volto armonioso, una posa gentile (seppur premonitrice di un drammatico evento), una centralità, è anche leggermente sovradimensionato. Se vogliamo, in questa “tavolozza” di colori che vediamo nei panneggi della folla sotto il monte, l’occhio tende a cercare una sintesi indirizzandosi verso l’assoluto e il semplice, in alto. C’è come una verticalità e una graduale tensione verso il bianco totale del Cristo: il bianco, infatti, è dato dalla sintesi additiva di tutti i colori dello spettro visibile. Ma il movimento può anche essere inverso: pensate al prisma. La luce, il bianco, ri-frazionato conduce a vedere i colori di cui è composto. Effettivamente manca una cima a questo monte tagliato e la posizione del Cristo con i due testimoni veterotestamentari viene proprio a completare questa carenza, con un immaginario triangolo, una cima geometrizzata che richiama un prisma. C’è dunque un’osmosi tra questa cromia inferiore e biancore superiore che dà vita a quello che il padre Teilhard de Chardin (un gesuita – aimè un po’ incompreso dalla Chiesa – di cui vi invito a conoscerne il pensiero, soprattutto per noi che abitiamo immersi nella natura) chiamava “Ambiente divino”. Egli parla di “trasparenza di Dio in seno all’Universo. Sì o Signore, non solo il raggio che sfiora ma il raggio che penetra. Non la tua Epifania o Gesù, ma la tua Diafania…Lo Spirito sta nascendo….Dio sta inserendosi nel mondo, spiritualizzandolo… ”.
Questa Trasfigurazione forse parla più di tante altre, non tanto per la bellezza (che indubbiamente c’è tutta!) ma per il momento in cui è stata creata: a ridosso della morte del suo autore. Gesù si trasfigura per aiutare i suoi discepoli a superare la paura della morte. Quest’opera d’arte, ma l’evento della Trasfigurazione più generale, si pongono nel tempo del “frattempo”. In quel tempo tra la nostra nascita e la nostra morte: arrivare a poter dire in quel frattempo “è bello stare qui” significa aver trasfigurato sin d’ora il fiore campestre della nostra esistenza.
Stai salendo il monte della tua trasfigurazione?